Nei primi ricordi delle mie estati c’è una strada bianca di polvere e sole, la strada finiva nel cortile di casa ma un cancello separava il mio piccolo mondo di bambino dal mondo più grande.
Forse fu l’estate dei miei 5 anni che vide i miei sandali solcare il cancello e calpestare la polvere bianca e il sole della strada.
Erano gli anni ’60 e i bambini potevano giocare con i coetanei della contrada. Mia mamma non aveva tempo di sorvegliarmi e si limitò a ordinarmi di non oltrepassare l’ombra che la casa del vicino proiettava in fondo alla strada, prima della curva.
Erano anni di lavoro frenetico: gli italiani se ne andavano dai campi, emigravano o costruivano capannoni e diventavano artigiani o commercianti. Anche i miei genitori lasciarono la campagna e da contadini diventarono falegnami. Se da un lato del cortile c’era la strada, dall’altro c’era la falegnameria, primo terreno di scoperta e di gioco e un po’ più tardi di precoce lavoro.
Quasi nessuno faceva “le ferie” in estate, forse gli operai, ma non chi lavorava in proprio.
Ma con il benessere arrivò anche per gli artigiani il primo giorno di ferie che fu senza dubbio il giorno di ferragosto: il 15 agosto si poteva chiudere l’attività e fare una gita dal mattino alla sera senza passare per fannulloni.
Al paese faceva caldo e noi si andava a cercare il fresco in montagna, che poi erano le colline appena sopra Verona. Non so se mio padre conosceva già quelle strade o se scopriva insieme a noi il panorama dietro ad ogni tornante. Poi a sorpresa accostava quando il posto era quello giusto con alberi ombrosi e sotto l’erba soffice dove stendere la coperta e mangiare i panini con la mortadella.
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Ma il ferragosto del 1967 fu una vera avventura, con i preparativi che lasciavano presagire qualcosa di speciale. Eravamo già 5 in famiglia e la novità era una seicento multipla comprata di seconda o terza mano che serviva a fare le consegne nei giorni di lavoro e a portare la famiglia alla domenica.
Nel piccolo abitacolo (che allora mi sembrava grandissimo) c’erano 6 sedili disposti in tre file di due, all’improvviso quasi per magia, al posto dei 4 sedili dietro, solitamente occupati da me e i miei fratelli piccoli, fu sistemato un materasso che riempì tutto lo spazio dove noi tre avremmo viaggiato saltando di qua e di là, facendo la lotta o guardando il paesaggio correre tutto intorno.
Stavolta le montagne erano quelle vere ingigantite dagli occhi di bambino, alte e scure nella luce del mattino, con l’Adige stretto in basso e la strada che si infilava a fatica nella vallata.
Poi entrammo nella val di Non di cui ricordo il verde dei boschi e l’azzurro di un lago infinito lungo come la strada che la multipla percorreva allegra.
Forse quel ferragosto era un sabato e su quel materasso stretto avremmo passato la notte in 5 e stabilito così il record delle ferie più lunghe: due giorni con 500 km di viaggio compresi.
Come al solito non c’era una meta precisa, il sole era sceso dietro le montagne, la seicento era ferma al lato della strada e noi bambini giocavamo sulle rive del torrente che divideva la vallata.
In realtà lo slargo che la seicento in parte occupava portava ad una casetta messa giù vicina al corso d’acqua, un bambino giocava nel cortiletto davanti casa e ci guardava curioso, poteva avere 4 anni come mio fratello Enrico che appena lo vide, si avviò per la stradina incontro al nuovo compagno di gioco, allora anche i genitori si fecero avanti e dovettero presentarsi.
Ricordo la spontaneità e la gentilezza della famigliola che appena saputo della nostra intenzione di dormire tutti sul materasso da una piazza e mezza dentro la seicento, ci invitarono a cena e poi a dormire da loro.
Poi arrivarono le estati al mare con le mie cugine Claudia e Lucia grazie agli zii che mi portavano con loro a Sottomarina. Tutto era nuovo, stare fuori casa, scoprire il mare e vivere a tempo pieno quel legame esclusivo e complice che avevo con le cugine.
Nuovi erano anche quei primi dolorosi e dolci turbamenti per una parola o una sguardo di ragazzina, così ogni tanto, se ne andava la spensieratezza e mi prendeva una eccitante malinconia che mi estraniava da quel turbine di voci, giochi e colori di quella spiaggia d’agosto.
Non ero più il bambino obbediente che si fermava in fondo alla strada prima della curva.
Fin da piccolo frequentavo la parrocchia, all’inizio sopportavo a fatica il catechismo al sabato e la messa della domenica, ma più tardi mi infervorai: mi piaceva l’anticonformismo e la radicalità del vangelo e stavo bene nel gruppo di amici dell’oratorio. Partecipavo volentieri a quei “ritiri spirituali” estivi, dove si stava una settimana in qualche colonia di montagna a meditare, parlare e riflettere in gruppo o da soli.
Ne ricordo uno in particolare, perché mi colpì la figura del sacerdote che ci accompagnava in quei giorni d’estate nel verde dei boschi sopra Verona, non tanto per il tema degli incontri di cui non conservo nulla, ma per l’entusiasmo con cui ci parlò di montagna, di musica e fotografia. Suonò per noi alcuni pezzi al pianoforte e proiettò le diapositive dei fiori di montagna dei quali conosceva tutti i nomi, per me le più belle e commoventi mai viste.
Quell’incontro mi aprì gli occhi e mi spinse a cercare e cogliere tutta la bellezza che sta intorno a noi e credo che fu grazie a quel prete che iniziai a fotografare e a coltiva l’amore per la musica.
Ma io chiedevo alla chiesa ciò che non era disposta a dare, chiedevo fatti e non solo bei discorsi, chiedevo che si mettesse dalla parte dei più deboli non per fare l’elemosina ma a cercare le cause dell’ingiustizia che vedevo nella società. In quel periodo incontrai l’Operazione Mato Grosso, un’associazione di volontariato che finanziava progetti per lo sviluppo dell’America latina.
Per raccogliere fondi si partecipava a raccolte di carta, ferro e vetro che in quegli anni avevano un certo valore.
Iniziai a viaggiare nei fine settimana e nei periodi di vacanza per non mancare ai “campi di lavoro” che i gruppi dell’OMG organizzavano in giro per l’Italia. Nell’estate del ’75 il campo di lavoro lo facemmo al nostro paese e vennero da fuori decine di ragazzi, anche da molto lontano, a lavorare un mese nei campi alla raccolta del tabacco. Sento ancora l’odore delle piante al sole d’estate e poi la musica delle chitarre che continuava fino a tardi la sera.
L’estate del ’76 ero in Friuli a dare una mano a ricostruire quello che il terremoto aveva distrutto. Lavorai le prime due settimane come muratore da una famiglia che aveva avuto la casa lesionata ma ancora in piedi, ma a sorpresa, come sempre fa il terremoto, arrivò una seconda forte scossa che vanificò il lavoro fatto fino a quel giorno creando danni ancora più gravi. Allora mi mandarono ai prefabbricati di legno dove si poteva lavorare con meno pericolo. Ricordo la fatica del lavoro con la paura del terremoto che ruggiva e tuonava il giorno e la notte ma che non fermava la nostra opera.
Poi l’estate dei miei vent’anni, quella del 1977, tempo di attesa, perché finita la scuola mi spendevo a cercare il posto dove svolgere il servizio civile. La legge sull’obiezione di coscienza era in vigore da poco e gli obiettori erano malvisti dallo stato italiano che faceva il possibile per punire chi faceva questa scelta.
I carabinieri del mio paese mi convocarono per interrogarmi sui motivi della mia obiezione: quando seppero che non ero gay, non ero anarchico né testimone di Geova rimasero sconcertati, perché non rientravo in una delle tre caselle.
Avevo anche lasciato L’operazione Mato grosso perché non vedevo il cambiamento sociale tanto auspicato, d’altro canto i paesi dove l’associazione operava erano retti da dittature che soffocavano con violenza ogni attività se il risultato era una presa di coscienza della popolazione locale.
Mi piacevano i “Cristiani per il socialismo”, il nuovo movimento duramente contestato dai cattolici tradizionalisti che ritenevano incompatibili cristianesimo e marxismo. Erano gli anni dei preti operai e delle comunità di base che volevano tornare a mettere in comune gli averi e vivere il vangelo come i primi cristiani.
Frequentavo anche un gruppo della sinistra “extraparlamentare” dove si davano arie un po’ da intellettuali ma con i quali si poteva parlare di tutto senza pregiudizi.
Non era facile in quegli anni stare fuori dal coro, c’era tensione nell’aria con il terrorismo di destra e di sinistra che ammorbavano l’aria e alimentavano una continua caccia alle streghe.
In quell’estate così incerta e mutevole, andai con un gruppo di amici in giro per l’Italia, forse avevo bisogno di riprendere fiato e pensare un po’ a quello che avrei fatto in futuro. Di quel viaggio ricordo solo la tenda, gli zaini e due città piemontesi dove facemmo tappa.
Sulla via del ritorno telefonai a mia mamma per dirle che stavo tornando, senza giri di parole mia mamma mi disse: -“sta mia vegner a casa se no to papà el te copa“- letteralmente: non venire a casa altrimenti tuo padre ti uccide. Chiaramente il “ti uccide” era un’esagerazione, ma capii che era successo qualcosa di grave e che dovevo prendere sul serio l’avvertimento.
E poi aggiunse -“Il tuo amico, quello che hai portato e che tuo padre ha assunto, ha fatto fare sciopero agli apprendisti e poi ha messo i manifesti in paese con il nome di tuo papà”-.
I miei avevano da poco ingrandito l’attività in una nuova e più grande falegnameria e assunto più operai: uno dei nuovi l’avevo presentato io a mio padre, il caso volle che questa persona, che conoscevo appena e di cui non ricordo nemmeno il nome, fosse un sindacalista.
Tutto era successo nei pochi giorni della mia assenza da casa: l’occasione fu un giorno di sciopero indetto da una qualche sigla sindacale e, siccome faceva molto caldo, il “mio amico” aveva caricato in macchina 3 o 4 apprendisti e li aveva portati a fare una gita sul lago di Garda.
Al ritorno mio padre l’aveva licenziato, perché nessuno aveva mai fatto sciopero nella sua bottega, allora questo se l’era presa e aveva fatto affiggere delle locandine gialle e rosse per il paese che denunciavano la condotta antisindacale di mio padre.
Fino ad allora le mie frequentazioni avevano suscitato solo qualche rimbrotto ogni tanto a casa, ma nella vita di tutti i giorni a mio padre importava che io dessi una mano in falegnameria e questo sembrava (a me) sufficiente a bilanciare le cose. Ma questo fatto aveva fatto uscire tutta la disapprovazione che mio padre aveva covato dentro, e ora, ai suoi occhi, c’era la prova di quanto le mie scelte fossero sbagliate, contro di lui e contro la nostra famiglia.
Io non mi sentivo responsabile dell’accaduto, perché non conoscevo il sindacalista gitaiolo che veniva da fuori e non faceva parte del gruppo che io frequentavo in paese, e poi non potevo sapere della sua appartenenza al sindacato.
Quella sera andai a casa dei miei nonni e passai da loro la notte. Al mattino mi dissero che potevo tornare a casa solo se avessi cambiato compagnie: una condizione che per me era come una condanna, perché mai avrei rinunciato ai miei amici e alle mie idee.
Con il groppo alla gola e qualche lacrima agli occhi, svuotai lo zaino dalle magliette e dalla biancheria sporca che avevo usato in vacanza e ci misi al posto la roba pulita che mia madre mi aveva portato.
Ricordo l’attesa alla stazione, il treno che mi raccolse puntuale e l’ultimo sguardo al mio paese che si allontanava.
L’estate stava finendo e un’altra stagione iniziava, ma quale stagione fosse, non lo sapevo.