Mi piace riparare le cose vecchie, o trasformare oggetti invece di buttarli. Prendo la cosa tra le mani, se non posso aggiustarla, osservo i pezzi di cui è composta e immagino come potrei usarli in nuovi oggetti.
Qualche giorno fa ho messo gli occhi su un ripiano in garage che sapevo ingombro di roba messa lì da tempo: in una cassetta ho ritrovato cinque martelli dal più piccolo al più grande. I martelli appartenevano al nonno di Vittoria che di mestiere faceva il “carradore”, costruiva i carri, ancora trainati dai buoi o dai cavalli, usati dai contadini e dai commercianti agli inizi del ‘900.
Immagino servissero per battere e forgiare il ferro con cui costruiva le ruote e i mozzi dei carri. Dei martelli è rimasto solo il ferro perché il legno dei manici, già da tempo, è stato mangiato dai tarli. Ai due più pesanti ho rimesso i manici, mentre gli altri tre ho pensato di saldarli ad un pezzo di putrella per farne un’incudine.
Di solito pensiamo che tutto debba restare uguale e durare più a lungo possibile: controlliamo il livello dell’olio della macchina, tagliamo l’erba del prato e riverniciamo le persiane. Anche noi vorremmo fermare il tempo e restare sempre uguali: facciamo visite di controllo, seguiamo le diete, andiamo a ginnastica per tenerci in forma.
Vorremmo stare uguali ma in realtà ci trasformiamo, ogni giorno perdiamo pezzi e ne aggiungiamo altri: sono frammenti, sono pensieri, sono azioni buone o cattive che ci cambiano e non ce ne accorgiamo. Un amico mi ripete di una frase che io gli dissi anni fa: io non ne ho ricordo, ma lui sì e la considera importante.
Nella mia nuova incudine si mescolano tante storie da far girar la testa: quella del nonno che costruiva i carri ma era troppo buono e faticava a farsi pagare, così anche la nonna faceva la lavandaia e per poche lire portava le divise dei soldati a risciacquare nell’acqua del torrente, anche d’inverno, quando doveva rompere il ghiaccio con un sasso prima di mettere le mani nell’acqua gelida.
C’è il mio amico fabbro che mi ha regalato il pezzo di putrella.
Poi c’è la mia storia: volevo un’incudine perché quella che avevo prima, ricordo di mio padre, l’ho dovuta lasciare a malincuore in un posto dove non vado più
Siamo un vortice di incontri e di trasformazioni.