Il mio amico Serafino dice che c’era differenza tra chi come lui viveva in campagna e quelli come me, i “piazzarotti” che abitavano in paese. In realtà una piazza Nogara non ce l’ha, perché è un paesotto sorto intorno ad un incrocio di due strade trafficate, ma negli anni ’60, specialmente la domenica e il giovedì giorno di mercato, i nogaresi affollavano il loro incrocio facendone una parvenza di piazza.
E’ vero che avevamo la farmacia, la scuola media, i bar con la televisione e quasi tutti il bagno in casa, ma la differenza stava nelle attività delle nostre famiglie: i piazzarotti erano artigiani e commercianti appena scappati dalla campagna, mentre nelle frazioni ci rimanevano i contadini.
Abitavo in paese ma la campagna era dappertutto, nel campetto di mais del vicino dove ogni tanto finiva il pallone o nel recinto dell’altro vicino che tentava di allevare galline pur sapendo che di lì a poco le nuove regole della modernità glielo avrebbero impedito perché era iniziata l’impari battaglia tra il progresso e la civiltà contadina da dimenticare.
Vivevo così in un tempo di confine tra l’urlo della pialla in falegnameria e lo scoppiettare del trattore, tra la puzza del Bostik e l’odore del letame, tra i luccicanti colori della “formica” fintomarmo e gli ocra chiari e scuri della terra appena arata.
La campagna era anche nelle vite dei miei genitori e dei miei nonni, era nella vita di mia mamma che a 11 anni fu mandata a zappare nei campi di un padrone che i primi giorni si metteva dietro di lei nel filarea controllare come lavorava. Poi più tardi a 19 anni, dovette partire a fare la mondina lontano da casa, malgrado ci fossi io di appena un anno.
Mia mamma racconta del sollievo e della contentezza che provò quando, vedendola al suo ritorno al suo ritorno, io esclamai -Ah mamma!-, perché temeva che l’avessi dimenticata.
Erano contadini i miei nonni materni, che coltivavano un pezzetto di terra troppo piccolo, così la nonna andava anche a lavorare “sotto padrone” e il nonno emigrò a fare il muratore in Belgio, poi una volta tornato continuò a fare il muratore e a lavorare il suo pezzetto di terra.
Erano contadini i nonni paterni che ora abitavano con noi in paese, ma che avevano lavorato nei campi fino a poco prima. La nonna aveva allevato otto figli e ora si dedicava a comandare in casa, mentre il nonno che parlava volentieri e la sapeva lunga di campi di grano e di fieno, stava in piazza a fare il “mediatore” perché allora per compare o vendere si andava da uno come lui.
Poi c’erano i giorni d’estate passati con gli amici, all’inizio con Stefano che era il più vicino con il quale giocavo tra le maglie della rete che divideva il cortile della bottega di mio padre dall’allevamento dei polli del suo. Non capivo che cosa facesse di preciso suo padre perché abitavano in paese ma avevano una cascina e dei campi in fondo a una delle frazioni di Nogara.
Casa sua era una piccola costruzione di quattro stanze tagliate in mezzo da un corridoio che dall’entrata potevi passare direttamente nel cortiletto sul retro. Qualche volta correvamo nel capanno lungo che era stato dei polli presto inutilizzato, c’era infine un’autorimessa sbarrata da due portoni, uno dal cortile e l’altro sulla parete opposta che dava sulla strada bianca della via.
Si sa che i bambini vanno in tutti gli angoli delle case e così, appena c’era l’occasione, c’infilavamo nello stanzone buio a rovistare sugli scaffali pieni di scatole di cartone e boccette di liquidi densi e colorati. Credo che in quelle scatole ci fossero i resti di un tentativo di negozio che i suoi di Stefano avevano dismesso in fretta e di cui non parlavano volentieri. Ma per noi era un vero tesoro perché dalle scatole uscivano flaconi di forme diverse, pieni di liquidi misteriosi per i nostri giochi.
Qualche volta mi portavano con loro nei campi della “Perlara” durante la raccolta delle messi e noi potevamo correre e saltare sulle balle di paglia con il buon odore del grano e la polvere della mietitrebbia nel giallo luminoso dei campi.
Più tardi da ragazzino andavo a trovare Serafino che abitava a un paio di chilometri da casa mia, prendevo un sentiero rimasto tale fino ad oggi perché messo a traversare l’ultimo scampolo di palude che fa da cornice al Tartaro, un fiume dall’acqua svelta e profonda dove solo qualcuno osava fare un tuffo d’estate per fuggire dal caldo e passare poi di bocca in bocca a noi ragazzini.
Si attraversava il fiume su una passerella di ferro arrugginito larga poco più del manubrio della bicicletta, poi il sentiero non aveva più insidie e correva spensierato fra i pioppi e le canne palustri fino alle prime case della frazione.
Di rado trovavo Serafino in casa, poteva essere nella stalla o nei campi di granturco a spostare i tubi di ferro che collegava uno all’altro ed infine all’irrigatore che lanciava l’acqua nell’aria calda che poi ricadeva generosa sul verde del mais, con me sotto la nebbiolina fresca e i piccoli arcobaleni che il sole accendeva sopra di noi.
Un po’ più in là, dopo un pezzo di asfalto, imboccavo un sentiero che mi portava alla casa dei miei nonni materni, si arrivava su una piccola aia che in certi momenti dell’anno era colma del raccolto del momento. Ricordo una delle ultime visite a mia nonna in salute, già avanti negli anni, che mi mostrava orgogliosa l’aia ricolma di mais e mi chiedeva una stima del peso di quel raccolto, senza lasciarmi troppo tempo di pensare rispose lei alla sua domanda: -ci saranno circa 15 quintali di mais- disse.
Vedendo che annuivo ma senza l’entusiasmo che si sarebbe aspettata, aggiunse che quel mucchio non era un raccolto del suo campo ma che era andata a “spigolare” in un campo lì vicino dopo che era passata la mietitrebbia e come consuetudine chi voleva poteva passare a raccogliere ciò che la macchina aveva lasciato in terra. Aveva portato a casa un sacco alla volta, sulla canna della bicicletta, quella enorme quantità di mais.
Invece di arrivare dalla parte dell’aia, spesso passavo da una sentiero tra i campi e i corsi d’acqua che portava dietro casa dei nonni. Se era d’estate mi potevo fermare a fare un bagno nell’acqua fresca delle “pierine”, una specie di piscina campagnola affollata di ragazzini del posto che piaceva perché per alcuni metri il corso d’acqua, interessato da una piccola chiusa per lo smistamento dell’acqua, aveva i lati e il fondo di cemento liscio. Quasi tutti i piccoli bagnanti venivano all’insaputa dei genitori e tenevano un paio di mutande nascoste lì intorno da usare come slip da bagno, per poter tornare a casa asciutti senza dare sospetto.
Continuando dalle pierine, seguivo il corso d’acqua e spuntavo da dietro casa riuscendo qualche volta a sorprendere i nonni che dopo avermi salutato contenti, mi indicavano dove raccogliere la frutta più buona e matura: in primavera c’erano le fragole nell’orto, in estate passavo dall’albicocco e dai peschi mentre in autunno andavo sotto il fico a mangiare i frutti morbidi dopo averli aperti a metà per ammirarne prima la polpa rosso fuoco. C’erano i filari di uva nera a lato del sentiero ma preferivo l’uva bianca dagli acini grossi che pendeva dai pergolati intorno casa e sul cortile.
Anche il fosso d’acqua pulita che passava vicino a casa era incorniciato dalle viti e dagli alberi da frutto, nell’acqua c’erano molti pesci che potevo pescare con la lenza o con una rete dal manico lungo che intrappolava i pesciolini che stavano ignari nel limo del fondale. I pesci più grandi finivano da soli nella rete del bertovello che i nonni piazzavano vicino a casa e che io andavo a controllare per vedere se c’erano i lucci e i pescigatto
Se avevo tempo montavo sulla barca nera di catrame e mi allontanavo spingendo il lungo remo nell’acqua che un tempo portava mio nonno tra le canne della palude a pescare le anguille e a cacciare con la doppietta.
Se era una giornata d’autunno o d’inverno di nebbia fredda, salivo nel fienile a frugare negli angoli, un giorno di questi trovai dei pacchi di riviste che mia nonna aveva messo lì perché teneva sempre tutto, specialmente la carta che usava ogni giorno per accendere la stufa in cucina. La nonna non comprava i giornali ma glieli portavano gli zii che erano andati a stare a Milano e facevano i portinai di un palazzo di 10 piani nero di smog. Le riviste erano degli inquilini del palazzo che dopo averle lette le davano ai miei zii che un paio di volte all’anno le portavano a mia nonna che le metteva nel fienile
Milano era la modernità e tutto quello che proveniva da lì era un segno tangibile di quel magico futuro che noi paesani e campagnoli vedevamo solo nella TV in bianco e nero. Passavo molto tempo in quell’angolo di fienile a sfogliare tutta quella roba che non avevo mai letto: settimanali di pettegolezzi con foto prese di nascosto alle attrici dell’epoca in costume da bagno sui bordi delle piscine, o in pelliccia e occhiali scuri all’uscita dai ristoranti. Cerano i romanzi gialli Mondadori, quelli con un disegno al centro della copertina gialla dove compariva quasi sempre una bella donna in posa fatale, oppure i “Selezione dal Rider’s Digest” pieni di novità dall’America. Mi interessava tutto, perché era roba di adulti e c’era del sesso un po’ dappertutto: nelle foto delle attrici in bikini, nei fotoromanzi e nei gialli che contenevano sempre due o tre particolareggiate e convincenti descrizioni di incontri amorosi.
A mio nonno piaceva ballare e ascoltare la musica lirica, solo qualche volta mi faceva sentire il grammofono che teneva altrimenti nascosto in un posto dove io non arrivavo, mi piaceva caricare la manovella e cambiare la puntina perché le istruzioni dicevano di usarle una sola volta, allora io cercavo tra tutte quelle già usate quella che mi sembrava la migliore.
La nonna invece non aveva nessun vizio e non approvava le spese superflue, solo una volta il nonno riuscì a portarla all’arena di Verona ad assistere all’Aida: mia mamma racconta che partirono in bicicletta in tre nel primo pomeriggio perché c’erano più di 30 chilometri da percorrere, alla fine dello spettacolo rimontarono in sella e pedalarono al buio fino alle 4 del mattino quando arrivarono a casa.
Un paio di volte all’anno rivedo quella che era la casa dei miei nonni, i parenti che ci abitano l’hanno ristrutturata nel tentativo di farne una abitazione elegante col porticato sostenuto da un arco di mattoni e al posto dell’aia liscia e ricurva un cortile di ghiaia bianca. Il terreno intorno è incolto perché lavorando fuori non hanno tempo di accudirlo, e ancora un po’ di acqua malata scorre indifferente vicino a casa.