Il pescatore di seppie

Quel mattino uscimmo presto a camminare sulla spiaggia fresca, con il mare ancora nervoso dopo la notte di burrasca.

Nella spiaggia prima deserta ora c’era una donna che guardava lontano all’orizzonte incerto, dove il grigio delle ultime nubi si mescolava con l’acqua.

Il mare soffiava un vento umido che le agitava la vestaglia e il fazzoletto legato stretto ai capelli, quando le fummo vicini ci confidò tutta la pena per il suo uomo uscito a pescare nella notte che ancora non faceva ritorno.

Sempre con gli occhi al mare, parlava sottovoce della barca troppo piccola, delle onde, del pericolo che il marito correva ogni notte.

Con sollievo anche nostro, apparve la barca che dopo qualche minuto si fermò sulla sabbia davanti a noi: non c’era un molo e così il pescatore doveva issare la barca sulla parte alta della spiaggia, al riparo dalla marea e dal mare grosso.

La barca era piccola ma solida e piuttosto pesante da trascinare sulla sabbia, così aiutai il pescatore a spingerla fino al punto di aggancio dove con una fune collegata ad una manovella la barca arrivò facilmente al luogo di ricovero.

Quando la barca fu al sicuro, il pescatore mostrò il magro risultato della pesca: una decina di seppie che coprivano appena il fondo di un secchiello. Con nostra sorpresa e senza lasciare spazio ad un rifiuto, il pescatore prese due seppie dal secchio e ce le offrì.

Non mi sembrava giusto privarlo di una parte del pescato e poi né io né Vittoria avevamo mai cucinato una seppia, allora il pescatore, indifferente alle nostre ragioni, prese un coltello e pulì le due seppie, mentre la moglie ci spiegava come cucinarle con il pomodoro.

Il tempo è trascorso, ma di quel mattino di Maggio si sono sbiadite solo le cose esteriori come i visi o i colori dei vestiti, mentre sentiamo come allora tutto il calore del momento e il sapore di quelle seppie al pomodoro, che in tacito e comune accordo non abbiamo mai voluto ripetere.

Perché sappiamo che in ogni caso perderemmo un po’ del nostro prezioso ricordo.

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