El bugno dei salgàri

Con poche lire mi comprai una lenza, un galleggiante, dei piombi e un amo per la pesca, ma la canna costava troppo. Pensavo che una canna di bambù avrebbe fatto al caso mio, ma a Nogara crescevano le canne palustri, troppo deboli per pescare e niente canne di bambù.

Non lontano da casa c’era una vecchia struttura usata in passato per essiccare le foglie del tabacco. In questi alti capannoni il tabacco veniva appeso a delle “stanghette” di bambù robuste e leggere che venivano sistemate su delle impalcature di legno alte fino al tetto.

Ora le canne erano ammassate vicino alla strada e più di una volta avevo dato un’occhiata alla ricerca di quella giusta per me, ma erano tutte troppo rigide, mentre la canna da pesca deve essere robusta da un lato e flessibile dall’altro dove è appesa la lenza. Nel mucchio, alla fine, ne trovai una buona allo scopo alla quale legai la lenza, dopodiché mi sentii un vero pescatore.

I primi pesci li pescai nel fosso che tagliava il podere dei miei nonni, nell’acqua tranquilla e pulita potevo vedere la gran quantità di pesciolini che popolavano la superficie e i pesci più grossi che veloci e guardinghi si muovevano più sotto. Lì era bello, ma avevo voglia di posti nuovi da scoprire.

Da qualche giorno pensavo al Tartaro, il fiume che attraversavo ogni volta che andavo a casa dei nonni in bicicletta. Le prime volte scendevo dalla bicicletta e camminavo piano sulle tavole di legno della passerella alta e stretta sull’acqua, ma ora mi faceva meno paura e infilavo la passerella pedalando veloce senza più scendere dalla bici.

Non mi ero mai avvicinato troppo al fiume perché giravano storie di giovani annegati nei mulinelli d’acqua che prendevano il malcapitato e lo tiravano sotto senza scampo. Poi non era facile raggiungere gli argini perché correvano in una valle un tempo tutta paludosa: ora la parte bonificata era protetta da argini e campi coltivati mentre le zone paludose erano difficli da attraversare.

Il Tartaro passava anche vicino a casa mia, ma un pezzo di palude fitta di canne alte ne impediva la vista e ne rendeva la presenza poco reale.

Un giorno sentii di un posto chiamato “el bugno dei salgàri”: salgàri è il nome in dialetto dei salici e si diceva che il “bugno” fosse una grosso mulinello d’acqua che si formava in quel punto dove il Tartaro curvava stretto. Conoscevo molto bene il bordo della palude vicino a casa e i sentieri che la segnavano, ma il fiume mi incuteva paura e poche volte mi ero avvicinato all’acqua.

Un giorno presi coraggio e decisi che sarei andato a pescare al “bugno dei salgàri”, non sapevo di preciso dove fosse ma mi incamminai nella palude verso il fiume. Il sentiero correva stretto appena sopra il livello dell’acqua stagnante con le canne che si richiudevano dopo il mio passaggio anche sopra la testa, essendo alte almeno il doppio della mia statura.

Finalmente arrivai all’argine, dove lo sguardo, prima costretto dalle canne fitte, ora abbracciava un ampio tratto del fiume. Il sentiero sulla sponda era ben segnato e facile da percorrere, così camminai sull’argine finchè mi apparve la curva dove la corrente si perdeva a giocare nei mulinelli prima di riprendere la nuova direzione. Il fiume aveva modellato un piccolo golfo coronato da una decina di salici con le fronde che scendevano ad accarezzare l’acqua al suo passaggio.

Non ricordo se pescai quella volta, perchè il genio di quel posto bello e solitario mi prese con sé in mille avventure fantastiche, avevo da poco letto i romanzi di Emilio Salgari e ora mi trovavo in un luogo vero e fantastico allo stesso tempo dove tutto era possibile.

Un amico che conosce il posto mi ha detto che ora l’acqua è poca e che i salici non ci sono più, ma per me è un luogo vivo e prodigioso, con l’acqua che la puoi toccare tanto è vicina e i salici in fila che si inchinano al suo passare.

P.S.

Emilio Salgari è nato a Verona ed è risaputo come il cognome derivi da “salgàr” nome veneto della pianta del salice, ne consegue (come certificato da un vademecum sugli accenti dell’Accademia della Crusca) come la pronuncia Salgàri sia quella più corretta.

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