La stradina di casa

Quel sabato di novembre Bepi aveva lavorato duro, presto a mungere le mucche, poi a spaccare legna e a sistemarla in legnaia, insomma era stanco, anche perché non era più giovane come un tempo. Ma era sabato sera ed era atteso dagli amici dell’osteria per la solita partita a briscola e non voleva mancare. Nel pomeriggio era scesa la nebbia che il buio della sera aveva reso più pesante.

Qualche volta andava a piedi perché l’osteria non era lontana: dopo la stradina di casa c’era un tratto di asfalto e subito le prime casette della frazione con l’osteria come unico ritrovo laico dove passare la serata con gli amici. Ma quella sera era stanco e non aveva voglia di camminare, così, dopo aver girato stretto il tabarro intorno alle spalle e messo il basco fin sugli occhi, montò in bicicletta e si avvio nella nebbia fredda.

La stradina di casa partiva quasi in piano, poi saliva un poco e un po’ di più alla fine quando raggiungeva l’asfalto. Nel tratto finale, quello più in salita, un fosso si avvicinava e costeggiava il sentiero per qualche metro: lì bisognava fare attenzione perché l’acqua passava parecchio in basso e la sponda era ripida. Ma Bepi conosceva ogni sasso della sua strada e avrebbe potuto farla quasi ad occhi chiusi.

Gli amici erano lì ad aspettarlo per la serata di gioco, in palio c’era la bottiglia di rosso che l’oste portava subito insieme alle carte da gioco. La serata era di quelle buone con tutti i tavoli occupati da giocatori attenti e solo a tratti urlanti per una carta fortunata o per un presunto errore del compagno. La stufa a legna e il vino avevano scaldato la serata e così decisero per un’altra bottiglia e per continuare a giocare.

Quando l’ora fu tarda e le bottiglie vuote ingombravano i tavoli, Bepi e gli amici dovettero alzarsi dalle sedie perché l’oste era stanco: voleva chiudere e andare a letto. Così uscirono nella nebbia allegri e vocianti nei tabarri scuri, frettolosi di rincasare.

Bepi pedalava piano con il fanale rivolto a terra per vedere il bordo dell’asfalto. La luce tenue di un lampioncino gli diceva che in quel punto doveva girare e imboccare la stradina di casa., ma tutto era fluido e poco preciso, la bicicletta oscillava e la luce del lampione prima lontana ora sembrava troppo vicina. Sterzò a sinistra e capì di aver sbagliato perché al posto della stradina trovò il vuoto e poi un arresto secco contro il legno di un’albero.

Era caduto nel fosso, ma un frassino cresciuto sulla sponda aveva fermato Bepi e la bicicletta poco prima dell’acqua.

Per primo sentì il male alla spalla, poi si rese conto di essere ancora cavalcioni della bicicletta con una gamba bloccata sotto, ma la cosa peggiore era che le gambe e le ruote della bicicletta erano girate verso l’alto e che il tabarro ben arrotolato gli impediva i movimenti. Il freddo di novembre e la nebbia sulla faccia scacciavano il calore del vino e ora Bepi capiva il pericolo in cui si era messo, perché dopo mezzanotte non passava più nessuno e casa sua era troppo lontana perché la sua Elvira lo potesse sentire.

E poi si vergognava a chiedere aiuto alla moglie dopo che lei aveva tentato in tutti i modi di farlo stare a casa: -Bepi non uscire che la sera è brutta e sei stanco! Bepi non prendere la bicicletta perché non vedi niente e vai nel fosso!-

Ora anche il dolore alla spalla si faceva sentire più forte.

Ah, se avessi ascoltato l’Elvira! Potevo stare a casa e giocare a carte con lei e ora sarei nel letto al caldo. Oppure fare due parole con mio fratello Carlo che vedo così poco anche se abitiamo vicino!

Pensava Bepi, mentre tentava di uscire dall’incastro, aprire il tabarro o sfilare la gamba da sotto la bicicletta. Si muoveva con cautela per non finire dentro all’acqua del fosso che correva mezzo metro più in basso. Tastando intorno con il braccio buono senti un alberello in alto che poteva servire come appiglio. Ora si era liberato dalla bicicletta tirandosi più su grazie all’arbusto e così piano piano riuscì a risalire la china. Era salvo!

Forse era passata una mezz’ora o poco più e se si sbrigava a rientrare magari l’Elvira non si accorgeva dell’accaduto, ma doveva anche riprendere la bicicletta: allora scese nuovamente, agguantò la ruota della bicicletta e la tirò su fino al sentiero.

Il braccio e la spalla facevano male, ma pensò che poteva andare peggio. Camminava piano con la bicicletta per mano e la nebbia bassa che ora rivelava in alto il cielo stellato.

-La prossima volta andrò a piedi- Pensò, mentre entrava in casa cercando di non far rumore.

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